giovedì 4 ottobre 2018

Musica e spiritualità


Musica e spiritualità

Anna: Parli spesso di musica; la musica accompagna i nostri dialoghi sulla vita; scrivi musica. Che cosa è per te realmente?

Thomas: È la voce della verità, della verità nelle cose che vedo e che non vedo. La interiorizzo, la canto dentro di me. Amo qualsiasi tipo di musica. Anche quella “leggera” interpretata da una musicista seria come Mina. Esistono criteri oggettivi di qualità musicale; quando sento quelle qualità nella musica è come se mi trasferissi nell’anima del compositore. Mi piace soprattutto la musica del Novecento, quella sperimentale e socialmente impegnata.

Anna: Quella che viene definita musica colta?

Thomas: La musica di Luigi Nono, per esempio, esprime un giudizio sui nostri tempi, sull’oppressione dei poveri, ma considero “impegnata” anche la musica che ha come unico scopo la trasmissione della bellezza: ars gratia artis, l’arte per amore dell’arte, non per altri scopi. Non c’è bisogno di altra finalità; il bello è assoluto, il bello è trascendente. E quindi se la musica è bella trasmette un messaggio sempre attuale. Bello non vuol dire musica carina; sono belle anche le ruvide dissonanze, il caos apparente di un’opera di Nono.

Anna: Quando hai scoperto la tua passione per la musica?

Thomas: Fra i tre e i cinque anni. Vivevamo a Hollywood; di fronte a noi abitavano due bambine che studiavano il pianoforte. Mi ricordo che i loro genitori erano molto severi. Li ho rivisti dopo quarant’anni. Un giorno bussai alla loro porta; il salotto con il pianoforte al centro era rimasto esattamente come lo ricordavo nel 1945. Questo è il paradosso di Hollywood, dove niente cambia, dove ritrovi i vecchi amici a distanza di decenni!

Anna: Mi hai confessato una volta che la musica aveva su di te un effetto così sconvolgente, così intenso, che ne avevi addirittura paura.

Thomas: Mi faceva un effetto quasi psichedelico; non avevo bisogno di sperimentare la marijuana. Poi ho trovato Yogananda, ho imparato a meditare. La musica e lo yoga mi hanno salvato. La musica mi fa trovare il senso della vita e dei tempi in cui vivo. Ti faccio l’esempio di un capolavoro del compositore russo Dmitri Shostakovich: la Quindicesima Sinfonia, scritta nel 1971. Nel primo tempo, Shostakovich si prende gioco delle sfilate militari con una citazione ironica del Guglielmo Tell di Rossini, poi, nel lungo Adagio, canta un’elegia per il secolo delle guerre mondiali.

Anna: C’è in quell’opera il senso lugubre della morte incombente, della tragedia.

Thomas: Shostakovich non era credente. Metterei a confronto il suo grido musicale con quello verbale del poeta gallese Dylan Thomas Rage, rage against the dying of the light, “Infùriati contro il morir della luce!”. Sono versi che scrisse per la morte di suo padre. Dylan Thomas aveva la cirrosi epatica; sarebbe vissuto ancora pochi mesi. Gli amici lo tiravano fuori ubriaco dai bar di New York e lo registravano mentre recitava le sue poesie. Aveva una voce magnifica e una tecnica vocale che era tra il recitare e il cantare, con un timbro molto ruvido, da vecchio bevitore, e nello stesso tempo molto dolce. Aveva appena quarant’anni e sussurrava “Rage, rage against the dying of the light”.
   Questa furia del non credente contro il morir della luce si sente nella Quindicesima di Shostakovich. La sua ultima opera, la Sonata per viola e pianoforte, scritta praticamente sul letto di morte, parla con un’altra voce. Nell’ultimo tempo della Sonata una figura ripetuta, una citazione di Beethoven, fa pensare alla campana di John Donne “Non domandare per chi suona la campana, suona per te”. Alla fine una serie di accordi con le note acute del pianoforte sembra un’assoluzione, una parola di conforto. Quando l’ascoltai per la prima volta, piansi; avevo capito che quegli accordi esprimevano la preghiera che, in fin di vita, Shostakovich era riuscito a fare.

Anna: Si è salvata la sua anima?

Thomas: Certo che si è salvata!

Anna: Ciò che separa la morte di un credente dalla morte di un laico è che il credente, grazie alla sua fede, affronta questa esperienza con più serenità, o almeno così dovrebbe essere. Per i più fortunati c’è una luce che li guida fino alla soglia.

Thomas: La preghiera del credente e quella del laico sono eguali. Nell’ultima sonata di Shostakovich ho sentito una preghiera, ma non in quanto credente. Da musicista ho capito quello che Shostakovich riusciva a dire solo con la musica.

Anna: Era la preghiera di un moribondo. A chi rivolgeva la sua preghiera se non credeva in Dio?

Thomas: Perché la preghiera deve essere per forza indirizzata a qualcuno? La preghiera non ha bisogno di un oggetto. Dio non può essere ridotto a un oggetto. Nella preghiera ci uniamo a Dio e lo Spirito di Dio prega in noi.

Anna: Ma noi siamo in Dio o meglio Dio è in noi. Lo diceva anche Gesù, citando il Salmo 82: “Voi siete Dei e tutti figli dell’Altissimo”. La preghiera, più che incontro d’amore con Dio, è per lo più vissuta come un resoconto di richieste, “Mio Dio, ti prego, fammi ottenere quel posto, fammi guarire, fa che mio marito torni a casa”. Il Padreterno dovrebbe avere uno staff di segretarie per annotare tutte le suppliche! Eppure, la vera preghiera è proprio quella che non chiede nulla, è lo stato di ascolto, di ricezione nei confronti dell’Assoluto.

Thomas: D’accordo, l’esperienza della preghiera è al suo apice quando raggiungiamo la totale fusione con Dio. Quando non ci si accorge più di pregare, allora si prega veramente. Questo non l’ha detto Yogananda, non l’ha detto un maestro indù; l’ha detto sant’Antonio Abate, il maestro di tutti i monaci cristiani.

Anna: Anche nella Bhagavad Gita troviamo il concetto che chi è talmente concentrato sul Sé da diventare una sola cosa con l’oggetto di meditazione, in quel momento sta veramente meditando. Mi hai detto più volte che la musica ha accompagnato il tuo cammino spirituale.

Thomas: Yoga e musica mi hanno avvicinato a Dio perché li studiavo contemporaneamente. Ti ricordi l’altro giorno, mentre parlavamo? Mi sono interrotto quando ho sentito alla radio le prime battute della Sinfonia in Re minore di César Franck. È stata una perfetta “sincronicità”, come avrebbe detto Carl Jung. Ascoltavamo la musica classica, senza sapere quale musica fosse in programma. Non avrebbe potuto accompagnare il nostro dialogo un’altra musica.

Anna: Ci vedi un segno del destino?

Thomas: È proprio quest’opera sinfonica che, dopo la mia scoperta dello yoga, accompagnava a livello emotivo i miei primi tentativi di meditare. La Sinfonia di César Franck fu per me il primo contatto con il cuore del cattolicesimo. Franck era più di un pio cattolico; i suoi colleghi lo chiamavano “il mistico”. Quando si metteva a improvvisare all’organo nella chiesa di Sainte Clotilde a Parigi, andava in estasi e perdeva contatto con il tempo e con lo spazio, e una musica meravigliosa emanava dalla sua anima. Non lasciò un gran numero di composizioni; questa è la sua unica sinfonia. Essa mostra l’influsso di Richard Wagner, ma l’anima della musica di Franck è di uno squisito sapore francese e vallone — era belga d’origine. Nella Sinfonia sento echi della sua religiosità, la stessa che ha formato santa Teresa di Lisieux. La musica di Franck è dolce, di una dolcezza forse eccessiva, è il sentimento di uno che prega. Non senti l’Ave Maria o l’Angelus Domini come testo implicito delle sue melodie? Non ti sembra di sentire un canto di adorazione al Santissimo Sacramento? Sento queste cose, perché un vero artista trasmette tutta la propria anima attraverso l’opera.

Anna: Ascoltando César Franck tu immagini questo; la stessa musica, invece, potrebbe suggerire dei bei paesaggi, delle belle figure.

Thomas: A me, ragazzo di quattordici anni senza una chiara identità religiosa, serviva un’introduzione al cattolicesimo, una specie d’iniziazione laica a una religione che non conoscevo. La Sinfonia di Franck, con le Variazioni sinfoniche e la Sonata per violino e pianoforte, sono state la mia prima iniziazione alla pietà cattolica.

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