giovedì 4 ottobre 2018

Yoga e Cristianesimo


Yoga e Cristianesimo

Anna: Ho conosciuto molti anni fa padre Mariano Ballester, un gesuita spagnolo che da più di vent’anni conduce esercizi spirituali aperti a laici e religiosi. Insegna alcune tecniche per entrare in contatto con il Sé, il centro divino che è in noi. Tecniche che hanno molti punti in comune con lo yoga e lo zen. Padre Mariano Ballester è una figura molto bella all’interno della Chiesa, eppure sembra quasi che agisca nella clandestinità. Un’avanguardia di quella che sarà, a mio avviso, la Chiesa del futuro.

Thomas: Conosco Padre Ballester e lo stimo molto. Quanto al documento sulla meditazione cristiana della Congregazione per la Dottrina della Fede, allora presieduta dal cardinale Ratzinger il documento, stando alla lettera, non proibisce la meditazione e neppure lo yoga ma è stato letto proprio in quel senso, a danno della vita spirituale delle persone e del dialogo con i buddhisti in modo speciale. Alla fine i danni sono stati rimediati.

Anna: Allora, che cosa diceva esattamente quel documento?

Thomas: Diceva fra l’altro: “Chi medita deve fare attenzione a certi pericoli e illusioni in cui possono incorrere le menti meno esperte”. Giusta la messa in guardia; la trovi non soltanto negli scrittori cristiani ma anche in quelli buddhisti e induisti. Sono cautele necessarie per evitare le illusioni nel cammino interiore.

Anna: Tu mediti da quarant’anni. Pratichi il Kriya Yoga, una tecnica millenaria portata in occidente da Paramahansa Yogananda. Quando hai letto quel documento che cosa hai provato?

Thomas: Anzitutto ho costatato che non è una buona presentazione della meditazione cristiana. Tale impressione è stata confermata da un collega, già professore a sant’Anselmo e ora abate della Confederazione benedettina. Disse: “Se un mio studente me l’avesse presentata come tesina, l’avrei bocciato”. Bede Griffiths, nostro monaco che fino alla sua morte animava l’Ashram di Shantivanam, criticò il documento, non per quanto diceva sullo yoga — che evidenziava soltanto l’ignoranza di chi l’aveva scritto — ma perché non era all’altezza né dei mistici cattolici né dei maestri contemporanei di meditazione, come John Main, benedettino anche lui.

Anna: Tu pratichi da anni sia la meditazione cristiana sia il Kriya Yoga. Come le hai integrate?

Thomas: Credo di averle integrate, ma non è facile dire come. Sono differenti, ma è difficile precisare in che modo. La differenza fra la preghiera cristiana e la preghiera induista è evidente, mentre la meditazione è sempre qualcosa d’intimo, che coinvolge in modo globale la persona che la pratica. Meditare è un atto umano, radicato nella nostra natura, sia che si tratti di meditazione cristiana, di meditazione buddhista o di yoga.

Anna: La meditazione, come atto di raccoglimento interiore per mettersi in sintonia con Dio, non ha nulla a che vedere con le religioni e con le differenze tra le varie religioni. È la voce dell’anima umana che si spinge in alto, alla ricerca di Dio e di una sua risposta. L’unica diversità forse è nelle tecniche utilizzate che possono essere differenti.

Thomas: In parte la differenza sta nella tecnica, che non è la meditazione, come la tecnica musicale non è la musica. Un pianista non suona né solamente né primariamente con la tecnica. Di solito esegue la musica a memoria, senza il pensiero riflesso. L’intelligenza non si occupa del coordinamento delle dita, anche perché si suona il pianoforte con tutto il corpo, non solo con le dita. Tutta la persona fa la musica, secondo una sua dote indefinibile che si chiama “musicalità”, da non identificare assolutamente con la bravura tecnica.
   L’analogia fra musica e yoga è importante; lo yoga, infatti, è “l’arte del meditare” secondo regole ben precise. Si è sviluppata in Oriente, con tanta raffinatezza, con tanta ricchezza di dettagli, ma quest’arte è un dono per l’umanità. La questione del cristiano è semplice, se lo yoga è in armonia con la natura umana, è assolutamente di casa nel cristianesimo; se è qualcosa che diminuisce la nostra umanità, ci mortifica o ci disumanizza, allora non va bene né per il cristiano né per nessun altro. È del tutto naturale che io da cristiano pratichi la meditazione yoga, com’è naturale che un gesuita diventi un maestro zen — penso al Padre Hugo Enomiya–Lasalle, scomparso da molti anni. Lo yoga è un’arte come la musica. Zubin Mehta, zoroastriano dell’India, è diventato un grande interprete delle sinfonie di Beethoven, di Schubert, di Gustav Mahler. Per analogia, rivendico la libertà del cristiano di praticare le arti orientali della meditazione.   

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