giovedì 4 ottobre 2018

Abbandonarsi all’amore


Abbandonarsi all’amore

Anna: In tutti questi anni di vita monastica non ti è mai successo di avere dei dubbi, di chiederti: “E se la mia ricerca fosse vana? Se oltre la vita ci fosse soltanto il Nulla?”. Non sei mai stato disperato al punto di voler abbandonare tutto?

Thomas: Dubbi sì, disperazione no. Un giorno, era il 1958, poco dopo l’iniziazione al Kriya Yoga, mentre stavo meditando, mi passò per la mente la stessa domanda che tu mi hai fatto: “E se fosse tutta un’illusione?”. Sentivo l’enorme peso dell’io, la palla di ferro che mi incatenava alla mia soggettività, prigioniera dietro le piccole finestre dei miei occhi. Ero sul punto di lasciare lo yoga, la meditazione, il rapporto religioso con l’Assoluto, quando mi venne in mente Gautama Sakyamuni, il Buddha. E pensai: “Come il Buddha decise di restare seduto sotto l’albero finché non avesse raggiunto l’illuminazione, così devo continuare a meditare finché non avrò una risposta”. In quel momento amai il Buddha. E ancora lo amo e lo ringrazio. È un santo, Gautama il Buddha, il più grande santo vissuto prima di Maria Vergine. Lo devo alla sua intercessione se con quella tentazione, la più terribile tentazione della mia vita, non caddi nella disperazione.

Anna: Posso continuare a provocarti? “Chi rinuncia al mondo non è un uomo religioso; è semplicemente un egoista”, dice Rajneesh. Lo stesso concetto lo aveva già espresso un poeta sufi del Cinquecento, Jayasi, che indicava come via privilegiata l’ascesi interiore. E Yogananda cita un proverbio persiano: “Cerca la verità nella meditazione e non nei libri ammuffiti. Per cercare la luna guarda il cielo, e non nello stagno”.

Thomas: Devo forse pensare che la mia rinuncia monastica non sia altro che egoismo? Non credo questo, ma nemmeno ritengo di aver raggiunto un livello superiore rispetto agli altri uomini, che non sono monaci.

Anna: “Mahamudra non poggia su nulla. Sii nulla, e raggiungi tutto. Muori, e divieni un dio. Dissolviti, e divieni il tutto. Scompare la goccia e nasce l’oceano”. E Rajneesh commentando il canto del grande maestro tibetano Tilopa, dice: “Non aggrapparti a te stesso, non aggrapparti alle piccole cose, perché questo è soltanto un riflesso di un vuoto interiore. Quando ci si lascia cadere nell’abisso si diviene l’abisso stesso. E non c’è più morte, perché l’abisso non può morire; e non c’è più fine perché il nulla non ha fine”.[i]

Thomas: È fortemente paradossale, ma va bene. Un filosofo può permettersi di dire queste cose, ma è troppo pericoloso insegnarle a chi non è preparato spiritualmente e psicologicamente. Osho Rajneesh parlava a persone nevrotiche e prive di un’identità personale e culturale. Molti di quelli che lo seguivano sono finiti in manicomio o con l’AIDS.

Anna: In effetti, non si può dire: “Lìberati da ogni costrizione, da ogni limite, da ogni regola, fai soltanto quello che senti nascere dentro di te”. Perché se una persona è disturbata, non ha elaborato ancora un’etica, può accadere di tutto. A mio avviso l’errore di Rajneesh è stato proprio quello diffondere una teoria così elevata a gente impreparata. Babaji, il guru di Lahiri Mahasaya, affermava: “La verità è solo per coloro che la cercano seriamente e non per quelli che provano soltanto una vana curiosità”.
   D’altra parte lo stesso Rajneesh ricorda che ci sono maestri che hanno percorso migliaia di chilometri per trovare un discepolo e lo stesso Tilopa dovette andare in Tibet per incontrare Naropa. E Naropa fu fortunato e incontrò Marpa e Marpa Milarepa. Ma dopo Milarepa la tradizione tantrica cessò. Nessuno fu in grado di raccogliere gli insegnamenti. Quindi la verità, la saggezza, l’iniziazione sono per pochi, per chi è in grado di raccogliere il seme dentro di sé e farlo germogliare. Non è per tutti. Non si può dare indiscriminatamente. Non è forse Gesù che dice: “Non date le perle ai porci”?

Thomas: Il rimedio per il disorientamento e la confusione di questa gente malata non è l’imposizione di una struttura esteriore ma una trasformazione interiore. Questa non si ha con un rilassamento a livello psicologico soltanto, ma a livello del nodo centrale dell’anima, il punto dell’intimo contatto con Dio. A quel punto non devi intensificare la tensione ma lasciarti andare in modo che Dio possa agire in te. In inglese lo diciamo con un’espressione intraducibile: “Let go and let God”. Riuscirai a farlo se sarai consapevole dell’economia divina universale a favore della tua piena liberazione e divinizzazione, se prenderai coscienza di ciò che in termini cristiani ma anche in termini della Bhagavad Gita si chiama “grazia”, cioè, se ti renderai conto che l’amore precede lo sforzo ed è la causa prima dello sforzo, e che il fine è puro dono, allora saprai fare a meno dello sforzo. L’abbandonarsi all’amore è la condizione per ricevere la grazia divinizzante. Gesù lo dice così: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, chi invece la perderà la salverà”.

Anna: E Rajneesh a proposito dell’amore scrive: “L’amore è qualcosa che accade, non qualcosa che si fa; se ci sforziamo di amare, stiamo mettendo in gioco l’ego. Per amare una persona bisogna che il tuo ego si neghi. Perciò l’amore è così difficile”.

Thomas: L’amore non accade né si fa. L’amore si dona e si accoglie come dono.

Anna: Gesù parlava di Dio in termini di amore perché conosceva il Mahamudra, sostiene Rajneesh. Prima di cominciare a insegnare a Gerusalemme, sarebbe stato in India, in Tibet, dove avrebbe conosciuto maestri come Tilopa e Naropa. Un concetto ripreso da altri, che parlano di una lunga esperienza di Gesù con gli yoghi indiani.

Thomas: Sono ipotesi campate in aria. Se domani si dimostrasse con prove veramente scientifiche che Gesù è stato in India, non cambierebbe niente né aggiungerebbe nulla a quello che Gesù è, Dio Amore divenuto carne che muore amando e risorge. Quanto ai “maestri” egli poteva trovare maestri dell’amore vicino a casa sua, e poi, come dice sant’Efrem, Gesù è stato ammaestrato dalla sua “Madre”, lo Spirito santo.

Anna: Nella cultura orientale non esiste il concetto di peccato e di virtù. Esiste l’ignoranza dovuta a Maya, l’illusione, e la saggezza che si conquista con la meditazione.

Thomas: Oggi i moralisti cattolici parlano poco delle virtù. Evitano l’argomento senza dirlo, perché nessuno oserebbe scartare apertamente tutta la dottrina cristiana sulle virtù. Insegnare la morale senza dare la preminenza al discorso sulle virtù è un errore. La virtù non è qualcosa di astratto ma s’incarna nell’exemplum, nella verità vissuta dai santi. Non basta solo professare la verità rivelata; si deve viverla. È quanto insegnava il più grande moralista cattolico, un certo signore di Firenze nel XIV secolo. La Divina Commedia è il massimo testo di teologia morale. Sono del parere che la morale vada insegnata attraverso la poesia o la narrativa, non attraverso la filosofia, la metafisica e tanto meno attraverso le leggi, il diritto. La morale deontologica, la morale della legge, è un tradimento della saggezza cattolica, ma sta prendendo il sopravvento a Roma. Meglio allora, in certo qual senso, è l’identificazione indiana e socratica del vizio con l’ignoranza e della virtù con la saggezza.

Anna: Al discorso come superare l’ignoranza e come trasformare l’ignoranza in saggezza, Tilopa risponde: “Restando sciolti e naturali è possibile spezzare il giogo e ottenere la liberazione”. E Rajneesh commenta: “Non entrare in conflitto con te stesso, non cercare di circondarti di una struttura, di darti un carattere, una morale; non importi una disciplina eccessiva, o la disciplina stessa diverrà un legame”. Così, infatti, si sono comportati i suoi discepoli, hanno inteso di poter seguire liberamente i propri istinti, i propri desideri, per finire poi negli eccessi che sappiamo.
   Certo Rajneesh era un uomo controverso, inquietante. Il suo non era il volto di un asceta, di un mistico, però in questo libro sul tantra ci sono dei passi di grande acutezza, di grande profondità, come: “Non andare a cercare qualcuno da aiutare. Se sei tu che vai a cercare qualcuno da aiutare, una cosa è certa: non sei la persona giusta per portare aiuto. Se sei tu che ti metti a fare, fai danni. Cacci solo il naso negli affari degli altri. Lasciali essere loro stessi: non disturbandoli dimostri una compassione sufficiente. Non cercare di cambiarli: non sai quello che fai. Solo un illuminato è in grado di aiutare, il suo aiuto fluisce spontaneamente”. Un cieco non può aiutare un altro cieco ad attraversare la strada. Queste parole dovrebbero meditarle quei ferventi cattolici che si danno tanto da fare per convertire i laici ottenendo in genere il risultato opposto.

Thomas: Hai citato Gesù, Matteo 15,14. “Quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso”. Quanto al darsi da fare per “convertire” gli altri, solo chi ha poca fede e molta presunzione pensa così. Lo stesso si dica di quelli che vanno ad “aiutare i poveri” nel cosiddetto Terzo Mondo, con lo scopo di farne “cristiani del riso”, la povera gente che accetta anche la predica, pur di mangiare un piatto di riso. I veri missionari sono quelli che riconoscono che la “conversione” è opera dello Spirito santo nella coscienza di ognuno.

Anna: Se nella coscienza di ognuno opera lo Spirito santo, anche le diverse religioni o culture religiose sono opera dello Spirito santo.

Thomas: Lo ha detto implicitamente il Concilio Vaticano Secondo. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Redemptoris missio, ha affermato che lo Spirito santo opera in ogni anima che prega. Nelle religioni dell’umanità c’è anche una storia del male; nemmeno il cattolico più ortodosso sostiene che tutto, nella storia della cristianità, è dello Spirito santo.



[i]Bhagwan Shree Rajneesh, Tantra, la comprensione suprema. Discorsi sul “Canto di Mahamudra” di Tilopa.Bompiani

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