giovedì 4 ottobre 2018

Dio è diventato me stesso


Dio è diventato me stesso

Anna: Volevo riflettere con te su un altro passo della Bhagavad Gita: “Per colui che vede me dappertutto e vede tutto in me, non mi perde mai di vista, né io mai lo perderò di vista”.[i] In pratica noi siamo una sola cosa con il divino che è in noi e diveniamo una sola cosa con l’energia cosmica, con l’Assoluto.
   Paramahansa Yogananda nel suo commento a questo versetto scrive: “Lo yoghi progredito percepisce la sua anima come un’onda nell’oceano della Coscienza Cosmica. Lo yoghi completamente liberato contempla la sua anima–onda come una manifestazione dell’Oceano Cosmico. Così uno yoghi non direbbe mai:‘Io sono Dio’, poiché egli sa che Dio può esistere senza la sua anima; ma, se vuole, può dire: “Dio è diventato me stesso”.

Thomas: Secondo la Bhagavad Gita, chi si è identificato con l’Assoluto non ha finito il percorso, perché al di là dell’Assoluto c’è Krishna, ossia Dio come Persona. L’Assoluto non è Dio; la Bhagavad Gita lo chiama Brahma–nirvana, mettendo insieme il termine induista Brahman e quello buddhista nirvana. Secondo entrambe le tradizioni, tali termini sono intraducibili, poiché indicano una realtà di là di ogni concetto e di ogni essenza. Eppure la Bhagavad Gita afferma che l’aver raggiunto Brahma–nirvana non basta; c’è ancora da vedere Dio.

Anna: Ma noi siamo già parte di Dio. Se scopriamo in noi stessi il Dio cosmico, nel momento in cui lo realizziamo non diventiamo parte di questa entità divina?

Thomas: Possiamo dire che partecipiamo alla natura divina. Ma non ci basta.

Anna: Che cosa altro dobbiamo scoprire ancora? Non siamo l’onda che ritorna oceano? Una volta che si è parte dell’Assoluto, che si è immersi nell’energia divina, che cosa vuoi diventare ancora? Che cosa c’è al di là? Krishna dice ad Arjuna: “Colui il cui Sé ha raggiunto l’armonia dello Yoga pensa il Sé in tutti gli esseri e tutti gli esseri nel Sé, dappertutto egli vede nello stesso modo”.[ii] Significa ogni essere vivente, ogni essere senziente è un altro te stesso, ma anche un fiore, una foglia, un insetto è espressione dello Spirito universale. L’intera manifestazione è espressione dello Spirito cosmico.

Thomas: Lo dice un testo tantrico Atmavat sarvebhutebhyo hitam kuryat: “Lo yoghi deve fare del bene a ogni essere vivente, poiché è come la propria anima”. Questo è pure il senso del precetto evangelico: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Non vuol dire: “Ama il prossimo come tu ami te stesso”, ma “Ama il prossimo tuo che è un altro te stesso”.

Anna: Perché se noi siamo in Dio e Dio è in noi, ogni altro essere umano è una parte di noi. E quindi non c’è separazione. Mi chiedo perché le religioni non insegnino questo concetto così elementare e così importante, non insegnino la tolleranza. Quanto sangue sarebbe stato risparmiato, quante guerre evitate! Anche la Chiesa cattolica continua a sostenere, sia pure in modo più velato di un tempo, la propria supremazia rispetto alle altre religioni. Il Cristo è l’unico Figlio di Dio, incarnato sulla terra per redimerci. E per chi non ha raggiunto questa certezza ?

Thomas: L’intolleranza è un errore di origine antica. Si trova in tutte le religioni, non solo in quella cristiana.

Anna: Ciò che mi ha fatto allontanare dalla Chiesa cattolica sono state proprio l’ipocrisia e l’intolleranza che ho trovato in alcuni suoi esponenti; modi di essere che più difficilmente si trovano in chi pratica lo yoga. La stessa parola, infatti, significa unione ed esprime il concetto basilare della filosofia indù: l’unione con Dio, con tutti gli altri esseri viventi. E dove c’è unione c’è amore. È soltanto dove c’è divisione che ci può essere disprezzo, rivalità, odio, violenza.

Thomas: Sei sicura che sia stato proprio questo il motivo? Non è stato piuttosto qualcosa d’altro che ti ha allontanata e poi, giustamente, hai visto l’ipocrisia e l’intolleranza che c’è nella Chiesa o negli uomini di Chiesa? Questo ti ha dato un’ulteriore giustificazione per allontanarti. Però, tu rimani un membro del corpo di Cristo, una concittadina dei Santi.

Anna: Credo che la via spirituale non possa che essere una via individuale. Ognuno di noi deve trovare Dio dentro se stesso. Non ha bisogno d’istituzioni, di preti, di sacerdoti, di monaci, di nessuna religione.

Thomas: Allora sei una madre del deserto! Sei discepola degli antichi eremiti che andarono via dalla città degli uomini e rinunciarono a ogni rapporto sociale, per cercare da soli il rapporto con Dio. L’eremita saresti tu. Quanto a me, sono un cenobita.

Anna: Per quale motivo? Non puoi fare il cammino da solo?

Thomas: Si cammina meglio insieme; ognuno di noi monaci fa il proprio cammino e ci sosteniamo a vicenda. Dice Yogananda, come diceva Sri Yukteswar: il meditare insieme corrobora gli sforzi del singolo. A Camaldoli abbiamo incontri regolari di lectio divina, un metodo di lettura meditativa in uso nei monasteri del Medio Evo. Lo yoga si pratica nella nostra comunità indiana di Shantivanam. Di per sé, meditare è sempre un fatto privato. La mattina alle quattro, inizio la pratica di meditazione, faccio i centotto cicli di Kriya Yoga, che poi è un simbolo, il prodotto di due numeri perfetti: dodici moltiplicato per nove. Seguo questa pratica, so che mi fa bene, ma non eccedo.

Anna: Nei primi tre viaggi che ho fatto in India ho potuto assaporare, sia pure per poco tempo, l’esperienza di un’espansione di coscienza, quella felicità che è data semplicemente dal fatto di sentirsi parte di un Tutto. Per chi si sente come me senza radici è stata una sensazione di grande gioia. Poi il rientro in Italia e il vortice della vita quotidiana hanno spazzato via i ricordi del viaggio e la serenità conquistata. Quando sono tornata successivamente, a distanza di anni, non ho provato le stesse emozioni. Ho continuato a viaggiare portandomi dietro quel senso di sradicamento che è la caratteristica della mia vita. L’espansione di coscienza è povera cosa, non è certo l’esperienza del samadhi, il rapimento estatico in Dio, così bene descritto da Yogananda nella sua Autobiografia. Hai avuto esperienze simili?

Thomas: È difficile dire di no. Penso che si possa giungere allo stato di assorbimento, di samadhi, senza fare l’esperienza estatica del tipo descritta da Yogananda. D’altra parte si può sperimentare un’estasi che non è “rapimento in Dio”?

Anna: L’esperienza del samadhi e dell’estasi cristiana sono molto simili, almeno stando ai racconti dei santi. La coscienza è totalmente immersa nello Spirito cosmico e il corpo sembra privo di energia vitale e di sensazioni; immobile, rapito nella beatitudine divina.

Thomas: Molti santi cristiani hanno raggiunto il totale assorbimento in Dio, tanto da dimenticarsi della propria esistenza, uno stato che io chiamerei samadhi. Altra è la loro santità, che consiste nell’unione di amore con Dio, che tanto ama il mondo. Credo che molti yoghi arrivino all’unione con Dio, senza che loro la chiamino “estasi cristiana”. Quando farò l’esperienza di non esserci più, perché c’è Dio e basta, non avrò certo alcuna base per concepire le “differenze” fra me e gli altri che non si direbbero cristiani.

Anna: Yogananda ripeteva ai suoi discepoli che il santo è il peccatore che non si è mai arreso.

Thomas: Vorrei sapere quale santo cattolico sta citando! È di un’ortodossia impeccabile questo assioma. Grazie a Dio non mi arrendo al peccato. Caso mai mi arrendo a Dio.



[i]Bhagavad Gita, cap. 6,30.S.R.F.
[ii]Cap. 6,29. ibidem

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