giovedì 4 ottobre 2018

Fedeltà e matrimonio


Fedeltà e matrimonio

Anna: Mi hai parlato della fedeltà di tuo padre al suo unico amore, tua madre. Anche se lui aveva avuto un primo matrimonio con una ragazza che non amava ma che aveva sposato e poi lasciato, dopo sette anni dalla nascita di una figlia.

Thomas: I miei genitori sono stati fedelissimi l’uno all’altra. Il loro è stato un divorzio anomalo; era difficile per loro stare lontani, anche dopo la separazione. Per ottenere il divorzio, secondo la legge californiana, dovevano vivere separati per dodici mesi. Era il 1955, avevo quindici anni, ricordo che mio padre dormiva in macchina, perché la legge non gli permetteva di dormire sotto lo stesso tetto con mia madre, neppure sul divano del salotto. Avevano deciso così, perché lui la amava e lei voleva essergli amica. Mio padre non sapeva dove andare, era distrutto in parte dall’alcool, in parte dal fallimento del loro matrimonio. Era diventato povero, ma non è mai stato un barbone. In fin dei conti era sempre discendente della nobiltà polacca, aveva il senso della propria dignità, una vera e propria fierezza, e il mito della famiglia lo sosteneva. La storia della mia bisnonna principessa può essere una pura fantasia; me la raccontavano le mie zie. Pare comunque verosimile, perché corrisponde alla storia polacca della fine dell’Ottocento.
   Mio padre riuscì a trovare lavoro presso una ditta di sviluppo di pellicole fotografiche, poiché era conosciuto nell’industria cinematografica per via del successo strepitoso del suo negozio a Hollywood. Dopo dieci anni si ricordavano ancora di lui. “Ah, Matus! Dove sei andato, perché hai chiuso il negozio?” Aveva chiuso per seguire mia madre in Arizona. Lei era malata di tubercolosi e aveva bisogno dell’aria del deserto.

Anna: Commovente e drammatica la storia dei tuoi genitori. Anch’io sono vissuta nel mito della famiglia unita, ma quando mi sono sposata ero troppo giovane e inesperta e dopo pochi anni di matrimonio mi sono separata, nonostante la nascita di un bambino. L’incontro del destino, quello che si definisce amore con l’A maiuscola, è avvenuto più tardi, a trentatré anni. Era un rapporto che sembrava avere le carte in regola per durare tutta una vita. Io avevo fame di amore e di sicurezza, lui di libertà e di esperienze; le nostre esigenze primarie non coincidevano così, dopo sei anni di addii e ritorni, ci siamo lasciati. È stato come se qualcuno mi avesse strappato il cuore, tanto il dolore era intenso e lacerante. La sua immagine mi camminava accanto in ogni istante della vita. Ci sono voluti tre anni perché la sua presenza si affievolisse, poi con il tempo è scomparsa totalmente. Sono passati moltissimi anni da allora, ma il mio cuore è rimasto sordo ad ogni richiamo.
   Vorrei farti una domanda, anche se so che è rivolta a un monaco e quindi è mal posta. Perché per gli esseri umani, e soprattutto per gli uomini, è cosi difficile amare e continuare ad amare la stessa persona? Anche se le donne oggi sono molto irrequiete, hanno un atteggiamento molto libero, e in parte hanno mutuato dagli uomini l’aggressività e un malinteso senso di libertà. Spesso ci s’incontra quando si è troppo giovani, oppure con il passare degli anni si cresce in direzioni opposte e le strade inevitabilmente si dividono. In questi casi perché si continua a sostenere l’indissolubilità del matrimonio? Bisogna continuare ad andare avanti, comunque, anche se ci si ritrova estranei dopo dieci anni? Tu non hai esperienze personali ma hai vissuto quella dei tuoi genitori.

Thomas: Il loro caso è singolare, un divorzio che non fu un vero divorzio, alla fine di un matrimonio che non fu un vero matrimonio secondo la Chiesa cattolica, poiché i miei genitori si erano sposati nella chiesa battista. La Chiesa si è interessata al caso dei miei genitori quando mia madre decise di farsi cattolica, e il sacerdote le chiese se era sposata, di che religione era il marito, con quale rito si erano uniti. Alla fine ottenne la nullità del matrimonio dalla diocesi di Honolulu nelle Hawaii dove abitava all’epoca. Mia madre non volle ritirare la lettera del vescovo che le riconosceva la piena libertà di risposarsi.

Anna: Il matrimonio rimane pur sempre una cosa importante. Stare insieme è difficile, ma scegliere il proprio partner senza sbagliare è un’impresa quasi impossibile.

Thomas: Abbiamo l’esempio dell’India, dove i matrimoni sono combinati dalle famiglie e pare funzionino.

Anna: Forse funzionano, non tanto per la lungimiranza dei genitori, che conoscono la personalità dei figli, quanto per l’educazione, la cultura, che impone di amare il proprio marito, la propria moglie, senza discutere. E nel passato c’era l’usanza terribile di costringere la vedova a salire sulla pira del marito per morire con lui. Usanza quasi totalmente scomparsa.

Thomas: Oggi sono casi rarissimi, notizie da prima pagina. Il suicidio della vedova è contrario alle leggi dello Stato indiano. Accade soltanto in piccoli e sperduti villaggi nel cuore dell’India. Non c’è un sistema infallibile per fare buoni matrimoni. Quando il matrimonio non è buono, quando non è santo, allora non è matrimonio, non è sacramento, è invalido. Il problema è che la Chiesa cattolica obbliga i coniugi che chiedono l’annullamento, che vivono già situazioni impossibili, a tirar fuori delle prove, anche molto pesanti, per dimostrare che il loro non fu mai un matrimonio.

Anna: C’è anche la discriminante della spesa. Chi non può pagarsi l’avvocato non avvia le lunghe e costose pratiche dell’annullamento presso la Sacra Rota. Ora Papa Francesco ha deciso che le pratiche dovranno essere gratuite.

Thomas: Negli Stati Uniti, i cattolici sono perfettamente mimetizzati con l’americano medio, quindi divorziano meno dei protestanti e più degli ebrei. Gli ebrei sono i più fedeli, almeno quelli che hanno ancora una certa formazione religiosa. La Bibbia degli ebrei parla molto dell’amore umano, dice cose molto belle. Il libro più bello della Bibbia è il Cantico dei Cantici.

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