giovedì 4 ottobre 2018

La sfera privata della persona


La sfera privata della persona

Anna: Credo che tutto quello che riguarda la sfera privata di una persona debba rimanere riservato, circondato da rispetto e silenzio. Ho sempre trovato fuori luogo esprimere apertamente le proprie tendenze sessuali.

Thomas: Nei giardini pubblici si vedono coppie di fidanzati che si baciano e si scambiano tenerezze. Chi viene in Italia dall’India, anche se è una persona aperta e non puritana, può rimanerne turbato. Uno dei nostri monaci indiani, la prima volta che venne qua, si lasciò sfuggire l’espressione: like dogs, “come dei cani”, riferendosi a ciò che aveva visto passeggiando per le strade di Roma. È un’espressione dura che manca di comprensione, però d’altra parte è evidente che l’Occidente è ancora in fase di reazione. Sia gli eterosessuali che gli omosessuali reagiscono alla negatività che avvolge gli affetti intimi e perciò esagerano. Ammiro le persone che vivono con semplicità, serenità e discrezione i propri affetti.

Anna: Sono d’accordo che la discrezione è la virtù massima, ma due innamorati che si baciano fanno tenerezza.

Thomas: Purché si faccia in un certo modo, con buon gusto. Il buon gusto non è un criterio di élite, né un criterio borghese o moralistico. Appartiene alla sostanza dei rapporti umani. Non si può negare che gli omosessuali, anche nel mio paese, siano stati oggetto di discriminazioni e di violenza. Per evitare l’ostentazione e le esagerazioni del cosiddetto “orgoglio omosessuale”, gay pride, sarebbe utile riconoscere i diritti civili di tutti.

Anna: In Italia è passata finalmente la legge sulle unioni civili tra omosessuali, ma non quella sulle adozioni. In alcuni casi è la magistratura che consente l’adozione del figlio del partner nell’interesse del minore.  Quali sono i diritti civili ai quali ti riferisci? Potersi sposare e adottare bambini?

Thomas: Questo evidentemente no, però spesso in altri casi i diritti civili rimangono sulla carta. La costituzione scritta bisogna confrontarla con la prassi, con la costituzione reale; qui c’è ancora qualche passo da fare, per garantire agli omosessuali quel rispetto dovuto a ogni essere umano. Non dovrebbe essere più un problema trovare lavoro, arruolarsi nell’esercito, cercare casa o semplicemente muoversi nella società senza dover cercare locali esclusivi, altrimenti si diventa una casta, addirittura una casta d’intoccabili. Potremmo chiederci: “L’omosessualità da dove viene: da una causa genetica, da una causa sociale o da una causa psicologica?”.

Anna: Il problema è molto complesso, probabilmente incidono tutte e tre.

Thomas: Penso che la cosiddetta preferenza sessuale sia una scala mobile in tutti gli esseri umani. C’è sempre un orientamento, ma il mondo non si divide in omosessuali ed eterosessuali. Gli estremi sono sempre rari e siamo tutti collocati all’interno di una vasta gamma di modi di sperimentare il senso di attrazione per le altre persone. Comunque, sono convinto che gli omosessuali non debbano essere considerati né come mostri né come criminali.

Anna: Non c’è dubbio che siamo tutti eguali, a prescindere dal colore della pelle e dalle nostre preferenze sessuali. Lasciami però sottolineare che sono un po’ stupita dalla tua apertura mentale, visto che   sei un monaco.
 
Thomas: Per me è un’apertura normale, anche necessaria per un americano della California; chi abita a San Francisco deve sensibilizzarsi in modo diverso da chi per esempio abita a Treviso, nei riguardi degli omosessuali.

Anna: Il coming out di monsignor Charamsa, polacco, proprio prima dell’inizio del Sinodo sulla famiglia ha suscitato molto scalpore. Teologo e professore universitario,   monsignor  Charamsa è anche ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio. Durante una conferenza stampa, davanti alle televisioni di tutto il mondo, ha presentato il suo compagno e ha accusato la Chiesa di ”omofobia paranoica”. Un gesto di coraggio e verità. E’ stato subito sospeso da ogni incarico. Eppure Papa Francesco in più occasioni ha mostrato misericordia. “Chi sono io per giudicare?”, ha detto una volta. E durante la sua visita negli Stati Uniti ha incontrato   in forma privata a Washington un suo allievo argentino omosessuale con il suo compagno. All’inizio del suo pontificato aveva denunciato l’esistenza in Vaticano di una lobby gay e all’apertura del Sinodo ha detto: “Se non sappiamo unire la compassione alla giustizia, finiamo per essere inutilmente severi e profondamente ingiusti.”

Thomas: Tu fai riferimento a due tendenze attuali: una accondiscendenza sottaciuta ai rapporti omosessuali nell’ambito clericale e una insistenza pubblica sull’indole gravemente disordinata di tali rapporti. Un teologo che mantenga simultaneamente le due posizioni mi fa l’impressione di essere o ipocrita o schizofrenico. Perciò ammiro la sincerità di monsignor Charamsa, e mi astengo da ogni giudizio su di lui. “Non giudico,” disse Papa Francesco, perché conosce bene le tante volte che il Nuovo Testamento dice: “Non giudicare!”. Mi pare che la Chiesa cattolica stia imboccando una nuova strada — che pure è la strada maestra della Chiesa: si muove all’incontro delle persone nelle loro situazioni reali, persone che si amano, persone che trovano quella che può dare un senso alla loro vita. La Chiesa deve pure sostenere le famiglie che abbracciano figli e figlie omosessuali insieme con quelli che cercano di risolvere la disforia del proprio genere biologico. Quanto al clero, ai religiosi, ai monaci ci tocca imitare il Papa nel suo dire: “Chi sono io per giudicare?” ed anche nella sua risposta alla domanda: “Tu, chi sei?”, dicendo con lui: “Sono un peccatore”.

Anna: Mi sembra di capire che la Chiesa consideri l’omosessualità per i sacerdoti, purchè sia nascosta e taciuta, un peccato minore piuttosto che la relazione con una donna. Purtroppo poi sono emersi sempre più frequentemente, proprio negli Stati Uniti, casi di pedofilia. Per fortuna Papa Francesco ha dato un impulso serio per combattere questa piaga.

Thomas: C’è una vecchia storia che ho sentito anni fa; ero da poco diventato cattolico. Un sacerdote va a confessarsi da un frate cappuccino e rivela: “Ho peccato contro il celibato”. “Oh, questo è molto grave, figliuolo!”, risponde il confessore, e poi chiede: “Ma con chi l’hai fatto? Con una donna?”. “No, padre, con un ragazzo”, risponde il sacerdote. Il confessore emette un sospiro di sollievo. “Oh, meno male!”, dice. Meno male, perché non si corre il rischio di una gravidanza indesiderata. Meno male, perché un ragazzino è più facilmente controllabile, basta uno schiaffone per farlo tacere! A volte nella Chiesa trovo atteggiamenti falsamente liberali che hanno creato situazioni di preti — non parlo di quelli sessualmente attivi e neppure dei preti omosessuali — che cercano come partner un ragazzo sulla soglia della pubertà, un’età di grande sofferenza.

Anna: Il peccato peggiore che si possa commettere è proprio quello di violentare psicologicamente e fisicamente un adolescente, sfruttando il proprio carisma, il proprio potere sulle anime.

Thomas: Sicuramente è uno dei peccati più gravi, ma questo un papa lo direbbe dell’aborto. Esito a dire “il peccato più grave”, perché è più grave quella complicità, quell’omertà a difesa del ceto clericale, che in alcune circostanze ha creato un’atmosfera, a mio avviso, quasi favorevole all’omosessualità e alla pedofilia tra il clero.

Anna: Così tutto rimane celato tra le mura di un convento o di una parrocchia.

Thomas: È più facilmente controllabile o manipolabile la situazione, quando i superiori ecclesiastici possono gestirla lontano dai fedeli laici e dal pubblico. I rapporti omosessuali sono destinati a durare poco. Non è come l’amore tra un uomo e una donna, che potrebbe o dovrebbe durare una vita. Nella Regola di san Benedetto c’è riservatezza e discrezione. San Benedetto scrive la parola “castità” due volte e lega il termine al verbo “amare”. Ci sono due riferimenti, nella disciplina penale della Regola, che riguardano il caso di un monaco che lascia il monastero. Se va via una volta e torna si deve ricevere, però deve mettersi all’ultimo posto in comunità; se va via una seconda volta si deve accogliere di nuovo, e poi anche una terza volta.

Anna: E poi anche una quarta, una quinta, una sesta?

Thomas: No, alla terza ci fermiamo. Volevo farti notare che san Benedetto non elenca una casistica. Ci sono due motivi per cui gli uomini del sesto secolo potevano sentire la necessità di lasciare il monastero, i soldi o l’amore. È significativo che san Benedetto non indaghi sul motivo per cui il monaco è scappato.

Anna: Sono gli stessi motivi, presumo, per cui un monaco o un sacerdote scelgono oggi di abbandonare la vita religiosa, anche se ci potrebbe essere una terza motivazione, un calo di fede. Quando torna sui suoi passi, non deve confessare e raccontare tutto alla sua guida spirituale?

Thomas: Sí, ma il suo peccato rimane nel segreto del confessionale.

Anna: Come mai san Benedetto era così discreto su questo lato?

Thomas: È discreto su tutti i lati. Aveva una certa sobrietas romana, e come uomo spirituale forse non immaginava che potessero accadere certe cose. Fra gli esseri umani il sesso è un mezzo di comunicazione interpersonale. Il biologismo, in cui cadono certi manuali di teologia morale, ci fa perdere il senso umano della sessualità. Alla natura del sesso appartiene la capacità di comunicare con un verbo che s’incarna, ossia con una nuova vita. Il bambino diventa l’espressione di questa comunicazione fra due persone che si amano e si uniscono. Quando si parla di abuso sui bambini, non mi riferisco soltanto al sesso; esistono altre forme di abuso fisico e psicologico. I bambini devono avere il loro spazio di riservatezza, di segretezza, perché possano parlare tra di loro senza l’invadenza degli adulti. I bambini in qualche modo devono scoprire le loro emozioni, i loro affetti da soli, ma nello stesso tempo devono essere guidati, educati, curati anche in materia sessuale. Ai bambini non deve mancare l’educazione sessuale. La cosa più importante è che il bambino senta subito che il sesso è normale, bello, positivo e intimamente legato ai rapporti profondi e stabili di amore.

Anna: Quante generazioni sono state cresciute nell’ignoranza del sesso! E quanti genitori, insegnanti, sacerdoti hanno educato i giovani alla paura e al disprezzo di tutto ciò che era fisico! In famiglia   si parlava poco, e le uniche informazioni sulla sessualità i bambini le avevano attraverso le confidenze degli amichetti più grandi o più furbi. E grazie alla cappa opprimente di un cattolicesimo repressivo in Italia non si è mai realizzato un serio progetto di educazione sessuale nelle scuole.

Thomas: La Chiesa in Italia non è teologicamente identificabile con il cattolicesimo, tanto meno con l’ecclesialità. Una volta si diceva che il fine primario dell’unione fisica tra marito e moglie era la procreazione, senza con questo escludere altri fini. Ora si ha una visione più integrata, più ricca, grazie anche alla capacità dei pensatori cattolici di rispondere alle obiezioni di persone non religiose o di altre religioni. A queste obiezioni la Chiesa sta cercando di rispondere, ma troppo spesso il dialogo è ancora un dialogo fra sordi.

Anna: Come si fa a combattere l’AIDS, come si fa a combattere l’aborto se non si possono utilizzare i contraccettivi? Non si può imporre a milioni di persone l’astinenza; non tutti credono, non tutti ne hanno la capacità. Se un ragazzo non è educato fin dalla primissima infanzia, come fa a vivere il sesso in modo umano, poetico, quando la cultura della pubblicità trasforma tutto, anche il sesso, in merce? I messaggi dei media sono forvianti e pericolosissimi. In famiglia e a scuola ci deve essere pure qualcuno che spieghi la fisiologia umana, ma anche i valori fondamentali della vita, l’amore, il rispetto, la tolleranza, la fedeltà.

Thomas: Le persone intelligenti che sostengono la posizione ufficiale del magistero cattolico ritengono ragionevole criticare l’insistenza dei laici sulla contraccezione. Il discorso su quest’argomento va fatto all’interno di un’educazione sessuale completa. Sul problema della contraccezione c’è una divisione all’interno della Chiesa. Un uomo cui ho sempre prestato attenzione sulle questioni morali è stato padre Bernard Haering. Lui considerava questa situazione come uno scisma all’interno delle famiglie, della Chiesa e della società. Criticava la posizione dei teologi cari al Vaticano, ma criticava ancor più severamente chi puntava tutto il discorso su come regolare le nascite, su mezzi e tecniche, senza considerare l’intenzionalità delle persone. Diceva giustamente: “Questa non è teologia morale”. Una vera teologia morale considera la profonda motivazione della persona e la finalità che si propone nell’uso dei mezzi, i quali devono essere proporzionati, ossia mezzi buoni per fini buoni.

Anna: Ma l’educazione sessuale e i contraccettivi possono prevenire una maternità indesiderata. Meglio prevenire l’aborto, che è comunque un’esperienza traumatica per ogni donna; e meglio prevenire il gesto brutale e disperato di chi getta un neonato in un cassonetto.

Thomas: Non si tratta di giustificare i mezzi con il fine ma di integrare fine e mezzi. Sono convinto che l’aborto sarà sconfitto dalle donne, non certo dai preti né dai politici. Tu mi poni tante domande sull’etica sessuale, alle quali non mi sento in grado di rispondere. Sono un musicista e un povero monaco; mi sono specializzato nella storia delle religioni ma non sono un teologo moralista. La mia opinione personale non può sostituirsi all’intelligenza, al buon senso, alla buona volontà delle persone sposate o delle persone che comunque vivono un rapporto d’amore. Non accetteranno in una materia così delicata, che incide così tanto sulla loro vita personale, affermazioni dogmatiche.

Anna: La Chiesa cattolica ha dimostrato nei secoli di essere sessuofoba. Mi pare che l’induismo non sia da meno.

Thomas: Non sono sessuofobi né il cattolicesimo né l’induismo. Quando sono divenuto cattolico, ho visto nei cattolici una grande sensibilità all’amore, all’affetto, e anche all’unione gioiosa di due persone che si vogliono bene. Non credo che pensare sul mistero del sesso e sul rapporto fra uomo e donna sia nemico della meditazione yoga. Sono cose fatte per essere pensate, perché sono simboli del nostro rapporto con Dio.

Anna: Le tecniche yoga insegnano a trasferire in alto, nei chakra superiori, le energie potenti che si trovano nei chakra inferiori. Non è questo il senso del risveglio della kundalini?

Thomas: “Trasferire in alto” non significa reprimere, e la kundalini non è da identificarsi con la libido. Molti testi tantrici, e con essi Sri Yukteswar e Yogananda, paragonano l’elevazione delle energie vitali a un sacrificio — il “rito del fuoco” interiore. Nella Bibbia come nei Veda, l’essenza del sacrificio non sta nella distruzione della vittima bensì nella sua trasformazione in mezzo di comunione tra l’offerente e Dio.

Anna: La vecchiaia normalmente aiuta a trovare una certa serenità e un maggior distacco dalla voluttà. Lo ricorda anche Seneca nel De senectute. Ciò che mi ha stupito di te è che un giorno mi hai detto: “Non vorrei mai essere così”, quando ho citato questo concetto aggiungendo, poi, una mia considerazione personale: Sapessi che conquista non avere più desideri, non essere più schiavi del corpo!

Thomas: Le virtù non vivono nell’assenza della possibilità di scegliere. Una virtù può essere esercitata soltanto nella presenza dei desideri. Ci sono tre appetiti fondamentali: l’appetito concupiscibile o il desiderio di possedere il bene, l’appetito irascibile o il desiderio di battersi contro il male, e l’appetito noetico o il desiderio di conoscere il bene e il male. Ne parlano i saggi dell’India come i saggi della Grecia. È uno dei punti dove convergono Platone e le Upanishad. L’appetito concupiscibile ci fa andare verso il bene per possederlo; l’appetito irascibile ci fa lottare contro il male che ostacola la via verso il bene; l’appetito noetico calcola il rischio e ci spinge a fuggire perché si teme l’ignoto. L’ignoranza è legata intrinsecamente alla paura. Questi tre appetiti sono buoni.

Anna: Anche le passioni sono buone?

Thomas: Sperimentiamo le passioni quando gli appetiti sono disorientati dal fine giusto, cioè quando non viviamo gli appetiti secondo la retta ragione. Questo principio della recta ratio appartiene al pensiero classico della sapienza mediterranea. La recta ratio non è raziocinio, non è l’analisi freddamente intellettuale delle possibilità di scegliere, ma è la visione dell’insieme, cioè la coscienza come con-scientia, conoscenza dell’intero, del Tutto. I sapienti d’Oriente e d’Occidente hanno contemplato la nostra natura e hanno visto che, mentre gli appetiti sono buoni, le passioni sorgono quando le energie naturali sono distolte dal loro fine, dal  moksha o, in termini occidentali, dalla beatitudine. È comune all’Oriente e all’Occidente anche la visione del piacere e del dolore. A parte alcune filosofie particolari, in genere piacere e dolore sono visti come segnali che indicano la condizione della propria natura, come messaggeri della natura. Quindi, non si cerca il piacere come fine a se stesso ma si cerca il bene della natura; tanto meno si deve cercare il male o il dolore.          

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