giovedì 4 ottobre 2018

Induismo e cristianesimo, analogie e differenze


Induismo e cristianesimo, analogie e differenze

Anna: L’induismo e il cristianesimo sono due cammini paralleli per raggiungere Dio. I differenti riti religiosi costituiscono soltanto l’aspetto formale; l’essenza delle religioni sta nel ricollegare l’individuo al divino.

Thomas: Sono due cammini paralleli; a un certo punto possono anche convergere. Nella Bhagavad Gita alcuni punti basilari si avvicinano ai punti basilari delle Scritture bibliche: per esempio, che la vita dell’uomo è fondamentalmente buona e che vale la pena viverla bene, che Dio è buono e che la vita dell’uomo è una via verso Dio.

Anna: E che Dio è Uno. Nella maggior parte degli occidentali c’è prevenzione e ignoranza sull’induismo, che viene definito religione politeista. Partiamo dal dato di fatto che l’induismo è una religione monistica. La Isha Upanishad esprime bene questo concetto dell’uno indivisibile che si dispiega nella molteplicità. Il Brahman è Assoluto e Infinito. “Gli dei — scrive Sri Aurobindo — sono Brahman che rappresenta Se stesso nelle Personalità cosmiche esprimenti la Divinità unica; essi, nella loro azione impersonale, si presentano come l’azione variabile dei principi della Natura”.[i] Il ripiegarsi e il dispiegarsi dell’Uno nei Molti — prosegue Sri Aurobindo — è quindi la legge dell’eterno ricorrere dei Cicli cosmici”.[ii]

Thomas: Sri Aurobindo, grande mistico e filosofo bengalese — a proposito, era lontano parente di Yogananda — sosteneva una specie di monismo senza negare la realtà contingente e relativa del cosmo e l’individualità della persona umana. Anche il cristianesimo è “monistico”, Dio è “Uno-senza secondo”; gli altri esseri non costituiscono un “secondo”, poiché sono creati dal nulla.
   Non distinguerei le religioni fra quelle monoteistiche e quelle no. Il cristianesimo, con la sua dottrina della Trinità, si differenzia notevolmente dall’Islam, che afferma l’assoluta unità e unicità di Dio. Si tratta del medesimo Dio? Ci sono coloro che ne dubitano dall’una e dall’altra parte.

Anna: Anche l’induismo ha la sua trinità: Sat, Tat, Om, ovvero Padre, Figlio e Spirito Santo. Sat, o Assoluto, il Brahman, è l’aspetto Saggezza di Dio, colui che è stabile e immutabile; Tat, o Coscienza cosmica, l’intelligenza onnipresente di Dio immanente nella creazione, è l’aspetto Figlio; Om, o vibrazione divina, il potere divino che rende concreta la creazione, è l’aspetto Madre.

Thomas: Sono tante le “trinità” o triadi nell’induismo, anche se non si può dire: “Come nel Nuovo Testamento è rivelata la Trinità di Padre, Verbo e Spirito, così nei testi induisti è rivelata la trinità di Sat, Tat, Om”. È una semplificazione che non onora l’unicità dell’induismo, non rispetta ciò che ha di specifico e lo riduce a una specie di cristianesimo monco o mascherato.

Anna: Nell’induismo il Cristo è considerato la nona reincarnazione di Vishnu.

Thomas: Sono considerazioni a posteriori. Dato che i cristiani dicono: “Quest’uomo è Dio”, gli indù lo interpretano secondo la loro dottrina sulle incarnazioni di Vishnu, dette avatara, “discese”. Come i cristiani a volte applicano in modo acritico le categorie bibliche e dogmatiche agli insegnamenti induisti, così gli indù cercano di capire le dottrine cristiane nei termini dei Veda e delle Upanishad.
   Le religioni della Bibbia e quelle dell’India affermano che c’è un bene etico oggettivo, che l’uomo deve seguire un cammino preciso per raggiungere il suo fine, la sua intrinseca verità, sia che si dica Nirvana, Brahman o l’unione con Dio. Affermano anche che questo cammino corrisponde alla sua natura; l’uomo non deve cessare di essere uomo per raggiungere il fine, anche quando gli sembra di scendere in battaglia, apparentemente contro la propria natura, in realtà contro le forze centrifughe, disgreganti, contrarie alla sua vera natura.
   Nel cammino verso il nostro fine troviamo Dio avanti a noi, dietro, accanto, dentro. La teologia cristiana parla della grazia di Dio, creatore e redentore. Dio effonde se stesso sull’uomo che lo cerca, perché Dio lo ama. Su questo punto vedo una forte convergenza tra la Bhagavad Gita e gli insegnamenti della Bibbia, penso alla prima lettera di Giovanni. Ci vedo delle somiglianze, ma noto anche delle differenze.

Anna: Perché non specifichi meglio queste somiglianze?

Thomas: Per una scelta di metodo, procedo con cautela, tranquillamente, secondo due principi. Il primo è il giudizio globalmente positivo sull’altra religione; parto dal presupposto che in essa ci sia bontà e verità. Il secondo è il principio dell’analogia, intesa come una conoscenza che ammette sia somiglianze che differenze, ma senza alcun pregiudizio, del tipo: “Qui è tutto simile, tutto uguale”, e neppure: “Qui è tutto l’opposto, tutto inconciliabile”.

Anna: Per Sri Aurobindo la funzione delle varie religioni è di entrare in relazione con l’Uno. Tutte sono giustificate da questa necessità essenziale. “Tutte esprimono una sola Verità — dice — in modi diversi, e per diversi sentieri, avanzano verso un’unica meta”.[iii]

Thomas: Sono d’accordo con Aurobindo. La verità è una e la meta è unica per tutti. Non accetto invece un approccio filosofico distaccato di tipo illuministico. Si tratta di un paradigma ormai superato nelle scienze naturali, cioè, l’illusione dell’osservatore distaccato e oggettivo. Il cosiddetto relativismo illuminato che dice: “Le religioni sono tutte uguali”, non rispetta la natura intrinseca di nessuna religione. Tutte le religioni affermano o implicano un mistero ineffabile e incomprensibile. Posso conoscere il mistero; mi ci posso avvicinare fino all’unione mistica. Allo stesso tempo non posso contenere tutto il mistero nella mia particolarità, perché mi troverò, pur nella massima unione con esso, sempre con l’eccedenza del mistero, che trascende il mio limite.

Anna: È vero, come possiamo pensare di avvicinarci all’inconoscibile, come possiamo noi, esseri finiti, cercare di immaginare l’Infinito? Attraverso la rappresentazione simbolica noi tentiamo di spiegare le leggi dell’universo. Soltanto nel samadhi, quando nella profonda meditazione siamo diventati una sola cosa con Dio — dicono gli yoghi — possiamo arrivare a intuire la meravigliosa complessità dell’Assoluto. Abbiamo detto quello che unisce le due religioni. Possiamo tentare di vedere ciò che le rende diverse.

Thomas: Nella ricerca sull’altra religione do la priorità a quello che ci unisce, come diceva papa Giovanni XXIII. Però devo sempre praticare il discernimento, operazione altamente spirituale, uno dei doni dello Spirito santo secondo la teologia medioevale. In quei punti dove l’altra religione differisce dalla mia — che siano pochi o molti non importa — c’è un nucleo di verità. Devo presumere questo, altrimenti il mio approccio nei confronti dell’altra religione non è religioso, né cristiano, né in armonia con quanto la Chiesa cattolica ha affermato nel Concilio Vaticano II.

Anna: In tutte le maggiori religioni c’è una figura centrale cui fa riferimento il devoto, nella sua preghiera e nella sua pratica quotidiana. Nel buddhismo il Buddha, nell’islamismo Maometto, nell’induismo Krishna, anche se in realtà l’induismo ci propone più figure, nel Cristianesimo il Cristo.

Thomas: Sono analogie. Gli indù hanno il concetto di avatara o incarnazione divina; i buddhisti no. Se un mussulmano arrivasse a dire: “Secondo me, Maometto è Dio”, sarebbe decapitato come eretico. Quindi, il rapporto non è il medesimo. È nella relazione che i cristiani hanno con Gesù Cristo che troviamo la peculiarità del cristianesimo e la sua irriducibilità a uno schema comune a tutte le religioni. È particolare, che ti devo dire? Che poi non esclude niente e nessuno, secondo il mio punto di vista.

Anna: Vuoi forse dire che soltanto il Cristo ha la possibilità di salvarci?

Thomas: In Cristo c’è tutto quello che dal punto di vista umano si direbbe degno di salvezza. Tutto è stato assunto, redento e divinizzato in lui.

Anna: In tutte le religioni ci sono i dieci comandamenti, in altre parole delle regole, un’etica, una morale da seguire. E tutte le religioni promettono la salvezza. Il fine è sempre il ricongiungimento con Dio. Allora perché soltanto con il Cristo si può ottenere la salvezza?

Thomas: Dire: “soltanto con il Cristo”, mette Cristo in una posizione concorrenziale; il suo rapporto con l’umanità non è così.

Anna: Non è forse vero che la Chiesa ha messo Cristo in posizione concorrenziale con tutte le altre religioni, per secoli e secoli?

Thomas: Oggi non dobbiamo più vedere Cristo come concorrente, competitore, avversario degli altri. È forse necessario metterlo in concorrenza con la sapienza universale o con l’insegnamento etico delle altre religioni? Non uccidere, non rubare, non mentire, non strumentalizzare l’amore dell’altro — tutte le religioni lo dicono. Cristo non può essere in concorrenza con una sapienza che si pone con stupore, con gratitudine, con riverenza di fronte al Mistero, al Deus optimus maximus, l’ottimo e il massimo che superano ogni limite, soprattutto il limite della nostra comprensione. La teologia oggi deve essere una teologia autocritica. L’incontro fra le religioni, per il bene dell’umanità, non sia mai più concorrenziale né conflittuale!





[i]Sri Auribindo, commento a La Isha Upanishad, pag. 40. Sri Aurobindo Ashram. Pondicherry. India
[ii]Op. cit., pag. 45.
[iii]Op. cit., pag. 63.
12. The Bagavad Gita, Self Realization Fellowship. Los Angeles.

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