giovedì 4 ottobre 2018

La sofferenza è una prova?


La sofferenza è una prova?

Anna: Per gli esseri umani il vero inferno e purgatorio sono su questa terra; la vita di tutti i giorni, con le sue sofferenze quotidiane, grandi o piccole, è la nostra penitenza. Penso alle stragi nel Ruanda o alla pulizia etnica in Bosnia. Cosa c’è di più mostruoso delle camere a gas di Hitler? E c’è qualcosa di più atroce delle stragi dell’11 settembre? E le tante guerre infinite, come quella siriana, dove muoiono soprattutto bambini? Il nostro inferno e il nostro purgatorio sono qui, non ho dubbi; nell’aldilà, se c’è qualcosa, non può essere che il Paradiso, altrimenti c’è l’oblio, il sonno eterno.

Thomas: Ma questo non lo sappiamo. Tutta la nostra vita si proietta oltre, verso un destino eterno che dipende in parte dal modo in cui viviamo il positivo e il negativo nella nostra vita presente.

Anna: E allora come giustifichi la sofferenza? Perché ci sono persone che nascono ricche e altre povere? Perché si nasce malati o sani?

Thomas: Non giustifico la sofferenza né accetto la spiegazione facile e riduttiva della “reincarnazione” che mi sembra chiudere le porte a un senso più profondo della vita e della sofferenza. Un multimiliardario sarebbe stato un povero pezzente, mentre un barbone della stazione Termini era un nababbo dell’India, avaro e spietato. Troppo comoda la spiegazione. I veri induisti e buddhisti non parlano in modo così banale. Fra loro, come fra noi, c’è chi usa le dottrine tradizionali come spiegazioni di comodo, mentre per loro, come per noi, il discorso sulla sofferenza è molto più complesso. A parte l’ipotesi di un karma che si propaga da una vita all’altra, induisti e buddhisti cercano come noi di rendersi conto del male e della sofferenza, non come un destino ineluttabile ma come un fattore misterioso in un progetto generale e universale che è per il bene ultimo di tutti.
   Non nego il problema. Dico semplicemente che la spiegazione, sia quella degli indù, sia quella della Bibbia, non può essere ridotta a una formula semplice. Tutte le tradizioni sapienziali vedono l’inferno nel male che l’uomo fa e soffre qui e ora, ma lo proiettano — e sono giustificati a proiettarlo — di là del visibile e del momento presente. A prescindere dalla proiezione nell’aldilà, la spiegazione induista e buddhista implica una visione globalmente positiva della vita. Ecco la mia domanda: Il Tutto è buono o è cattivo?

Anna: Il Tutto è buono e cattivo. Perché il bene ha in sé il male e il male ha in sé il bene. La Isha Upanishad, una delle più antiche e venerate scritture indù, ha come idea centrale proprio la riconciliazione delle coppie fondamentali di opposti.

Thomas: Non puoi citare la Isha Upanishad a sostegno di questo relativismo “Il Tutto è buono e cattivo”. Tu dici questo per provocarmi. Invece, voglio sentirti raccontare la tua esperienza di sofferenza. Voglio sapere che cosa ti dà la speranza per meditare e per fare una pratica spirituale.

Anna: La mia esperienza di sofferenza mi ha portato alla ricerca della spiritualità. Per altri l’esperienza della sofferenza può indurre al suicidio, all’omicidio, al massacro. Quindi, se non credi nel karma, come puoi giustificare tutto questo?

Thomas: Ripeto, non giustifico niente. Facciamo una lettura spirituale, come delle Scritture, così anche delle tue sofferenze.

Anna: Quali sofferenze intendi? Del corpo o dell’anima? Mi hanno accompagnato entrambe, a volte separatamente, a volte insieme. La malattia fisica si è spesso sommata a un lutto o a un abbandono. Ho sempre avuto la sensazione di abitare una “casa” fatiscente che necessita di una manutenzione continua. Non si fa in tempo a riparare il tetto che crolla il pavimento, si puntella una parete e salta l’impianto idraulico. E spesso fanno tilt due o tre cose contemporaneamente e allora mi prende una sorta di disperazione e d’impotenza e la voglia di abbandonare questa “casa”, che ha troppe cicatrici e rattoppi, e forse non ha più senso spendere tanta energia e tempo per tenerla in piedi. È cominciato tutto da piccola. Mia madre mi diceva che bastava una nuvola in cielo per farmi ammalare.

Thomas: Qual è la tua prima immagine di sofferenza?

Anna: Un tavolo operatorio. Sulla mia testa una grande luce circolare. Poi appare un libro enorme che comincia a girare e a ogni pagina compare il volto di un medico o di un’infermiera. Poi una bicicletta passa sulla mia pancia. A quell’epoca non esistevano gli anestetici moderni; c’era la maschera di etere che dava un’arsura terribile. Per tre giorni mi proibirono di bere, la ferita era aperta e così rimase per circa un mese. Urlavo per il dolore e per la sete e tiravo i capelli a mia madre, non capivo perché fosse così crudele da negarmi l’acqua. Lei mi passava un po’ di cotone bagnato sulle labbra riarse e mi diceva “Senti i rumori? Stanno facendo dei lavori. L’acqua non c’è; torna fra tre giorni”. Avevo sette anni ed era Natale.

Thomas: Non hai forse un ricordo anteriore a questo?

Anna: È una sensazione di paura, di angoscia, di pericolo, che mi accompagna da sempre e che a volte riaffiora in modo sconvolgente nei miei sogni, ambientati tutti nella casa di campagna dei nonni materni. Dovevo avere circa un anno. Sono nascosta sotto un tavolo, da cui pende una larga tovaglia bianca, con un mio cuginetto, di un anno più grande di me. Ad un certo punto si alza la tovaglia e noi vediamo due enormi stivali neri, quelli di un ufficiale tedesco. Comunque, non so se sia un sogno o una realtà. Per un certo periodo, quando ero piccola, ho vissuto realmente nella casa dei nonni materni, che si trovava sulla linea del fronte di Cassino; l’edificio era stato sequestrato da un comandante tedesco, che vi aveva installato il suo quartiere generale. Dopo una decina di anni l’ufficiale tedesco, si chiamava Karl, tornò a trovare mia nonna e le portò dei doni, quasi per scusarsi di ciò che la guerra, voluta da altri, lo aveva costretto a fare, violentando la vita di una semplice famiglia di contadini, che si erano ritrovati senza casa, finiti in un vecchio rudere, e con poche cose da mangiare, perché farina, polli e conigli servivano per il comando tedesco.

Thomas: È troppo verosimile l’immagine, per essere stato un sogno. Non ho mai sentito un’impressione infantile della guerra così vivida.

Anna: Ho vissuto sempre i lunghi periodi di sofferenza, che hanno accompagnato la mia esistenza, come un’atroce ingiustizia. Mi chiedevo perché proprio io dovessi penare tanto, cosa avessi fatto di così terribile per essere punita.

Thomas: Come può la logica della punizione entrare nella mente di una bambina? Eppure non sei rimasta passiva; sin da bambina t’interrogavi sulla tua sofferenza, perché la confrontavi con un bene assoluto che intuivi oltre l’orizzonte della tua esperienza del bene e del male. Così hai potuto ribellarti alla sofferenza di quel Natale passato in ospedale.

Anna: In tutti questi anni ho pianto, spesso ho pregato Dio, pur non credendoci, o credendoci soltanto in parte, a mio modo. Mi sono anche arrabbiata con lui. Gli urlavo: “Perché non mi rispondi, perché devo soffrire così?”. Tutte queste mie imprecazioni o invocazioni non hanno avuto mai una risposta. Ovviamente non intendo visioni, ma qualcosa che ti nasce dentro. Vorrei sentirmi amata. Vorrei che mi arrivassero onde di amore. Forse non sento nulla perché sono sorda, perché ho il cuore bloccato, chiuso. Se anch’io sono figlia del Padre celeste, non capisco perché non devo essere amata.

Thomas: Tu esigi l’amore perché conosci l’amore.

Anna: Conosco l’amore umano, che mi ha deluso, non l’amore divino. Ora cerco l’amore perfetto.

Thomas: Tutti noi sperimentiamo l’amore umano, e amore vuol dire quella realtà che trascende il meramente umano. Lo sappiamo che trascende; altrimenti ci limiteremmo ad una successione di rapporti umani uno dopo l’altro, saremmo piuttosto indifferenti, piuttosto piatti. Tu hai intuito la perfezione dell’amore, l’amore assoluto, l’amore senza fine, l’amore eterno.

Anna: Per il quale bisogna rinunciare all’amore umano, perché Dio risponde quando ami soltanto lui. Dio si concede quando capisce che tu vuoi solo lui e soltanto lui. Certo non posso pensare che Dio pretenda di essere amato quando noi ignoriamo gli altri. Questo mi pare evidente. Perché uno dei primi comandamenti è: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Thomas: Quando amiamo il prossimo, conosciamo Dio, e sappiamo di essere tutti membri di un solo corpo.

Anna: Questo concetto lo esprime in modo molto bello Sri Aurobindo, uno dei grandi mistici indiani, nel suo commento alla Isha Upanishad: “Essendo Egli uno e indivisibile, lo Spirito è sempre Uno in tutti; la loro molteplicità è un gioco della Sua coscienza cosmica”. E questo vedere tutte le esistenze nel Sé e il Sé in tutte le esistenze è la chiave che ci può portare a superare le divisioni e vivere nell’amore e nella solidarietà.[i] Non mi hai spiegato il senso della sofferenza.

Thomas: Sri Aurobindo non spiega il senso della sofferenza e non tenterei di spiegarlo io. I santi e i mistici sono stati provati. Anche chi non è un mistico può subire queste afflizioni, che dipendono in parte da condizioni puramente organiche, in parte da malattie psicosomatiche. Se vuoi, mettici qualcosa di paranormale, una specie di afflizione demoniaca, che non incide più di tanto sulla vita o sull’attività normale della persona; incide più che altro sulle sue notti. Si tratta di esperienze molto comuni nelle vite dei santi; ne so qualcosa anch’io.       



[i]Sri Aurobindo, La Isha Upanishad, pag. 26. Sri Aurobindo Ashram, Pondicherry, India

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