giovedì 4 ottobre 2018

Severità e compassione


Severità e compassione

Thomas: Quanto al rigore nei propri riguardi, anch’io esigo il massimo da me stesso. La vocazione monastica è soprannaturale ma la convivenza monastica a volte degrada e nascono incoerenza e ipocrisia tra i monaci. Non voglio giudicare né condannare chi viene meno ai propri impegni, ma neppure voglio imitarlo. Tra i santi trovo chi imitare, come san Romualdo che è vissuto mille anni fa e come suor Nazarena, una monaca-anacoreta americana che è morta a Roma nel 1990. Non sono all’altezza delle loro penitenze esteriori, ma desidero seguirli nella fedeltà e nella libertà interiore.

Anna: In nome dell’obbedienza cieca al suo maestro, che lo stava mettendo alla prova, Milarepa ha costruito e distrutto decine di volte la stessa torre. Non è nell’obbedienza totale che è forgiata l’umiltà, la personalità?

Thomas: Al contrario. Si deve obbedire a occhi aperti, altrimenti non è un’obbedienza degna di un essere umano. Cerco di praticare l’obbedienza monastica. I miei superiori sono abbastanza “liberal”, mi fanno viaggiare, scrivere. Sono straniero, mi considerano forse un po’ matto, e quindi mi lasciano libero. Non posso imitare certe loro piccinerie, ma queste le vedo mescolate con qualità che posso imitare. Mi sono convertito al cattolicesimo alla ricerca della perfezione.  Vedo in me stesso e nei miei fratelli monaci molta grandezza insieme con molta miseria, come avrebbe detto Pascal.

Anna: Perché ti senti in dovere di giustificare la categoria sacerdotale?

Thomas: Non giustifico niente. Osservo la realtà delle persone e vedo che non è mai così netta da poterne dedurre, con metodo sillogistico, un caso e la sua soluzione. Cioè la morale casistica non funziona. Anche una morale rigorista mi crea problemi. Da contemplativo mi pongo, io peccatore, sull’orlo dell’abisso, insieme con tutti i peccatori, i preti ipocriti, gli sposi falliti. Questa, credo, è la mia vocazione.
  
    Un monaco russo sul Monte Athos, il beato Silvano, morto negli anni trenta, ebbe una visione di Gesù che gli disse: “Tieni la tua mente nell’inferno e non disperare”. Si fece monaco per stare sull’orlo dell’inferno; stava lì senza disperare, e pregava per i nemici, per i bolscevichi. Diceva: “Essere cristiani significa perdonare i nemici, pregare per loro e aspettarsi che l’inferno si svuoti”. Nella tradizione russa c’è una pia opinione, un po’ eretica, alla quale aderisco con tutto il cuore; nell’inferno, è vero, ci vanno i dannati, ma l’inferno sarà vuoto nel giorno dell’eternità. La Vergine non prega forse per tutte le anime, comprese quelle che stanno nell’inferno? Satana è padrone nel tempo, ma a Dio solo appartiene l’eternità.

Anna: Abbiamo tutti fretta di salvare il mondo, ma non abbiamo il tempo di salvare noi stessi, dice swami Satchidananda.

Thomas: C’era un santo monaco del deserto che pregava: “O Signore, io solo mi perderò, tutti gli altri si salveranno”. E San Paolo diceva: “Cristo è venuto nel mondo a salvare i peccatori di cui io sono il peggiore”. Ed era assolutamente sincero.

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